Co-making Saga | 3. School of Makeroni 1

*Traduzione in italiano di seguito.

/// This post is written by Giovanni Diele

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Do you remember where we were? In the last post we talked about “third places of the city” and models inspired by the nature of the place (ancient topic space) that are represented in other forms today. In this post we will take a detour through the places of development and through the experiences of learning-by-doing.

The industrialisation of places through motorisation, the technological parts of the industry and the spin-off services, demand an organisation of work in programmed sequences, and the circular production replaces the linear method of operation that is coordinated by a manager, typically an engineer, who acts for the pater familias or master of the shop. This radical change of economy involves both the use and preparation of workers, who no longer learn in the workshop but specialise within professional institutes and trade schools.

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The combined shop tailor-barber, 60ies – Spini Sandro

Workshops in the city (corner master): The shape of the workshop survives for the professions that offer services (barbershops, laundries, dressmakers), restoration, goods merchants and artistic artisans. In some cases more functions live together within a single workshop, especially in the small residential centres. Unlike workplaces that are delocalised on the edge of the city in the form of house and workshop, or in the industrial zones, where they often join without urban planning for the artisan workshops.

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Fiat Mirafiori, linea 600 – Torino, 50ies

Industrial involution: I intend for conviviality, the opposite of industrial productivity. Each of us defines within our rapport with others and the environment and for the structure at the bottom of the tools that are used […] The industrial rapport is a conditioned reflex, a stereotypical response from the individual to the messages given by another user that he will never know, or from another fake environment, that he will never understand. (Ivan Illich, Tools for Conviviality).

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Vocational school Fioravanti, carpentry workshop – Bologna 1957

Maker school: The vanishing workshops disband the opportunities of artisan internships, but add to the economic growth of the professional institutes to technically prepare people who work in factories, in workshops of third parties, or for themselves. In such, schools become fit-out as workshops with machines and workspaces, where the teaching has a strong practical side. Makers ante litteram.

03__formazione, esercitazioni pratiche di torneria, Milano 60

03_formazione, esercitazioni pratiche di torneria, Milano 60

Practical exercises in turning – Milano 60ies

03_Students learn industrial cutting and sewing in a training program organized by a coalition of businesses and industry partners

Tailor exercises at the UN Job Placement Program – USA

Craft training: Equally also for the technical training of the personnel of manufacturing businesses through the learning of manual and artisan skills, are the workshops fit-out with stand alone workstations without productive objectives, but with the purpose of training under the supervision of a tutor. These needs, if at one time were routine for businesses or the training process required to make the factory operational, today are a way to help the employment of disadvantaged people who change profession for passion or necessity.

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LA Makerspace, robotic course – Los Angeles

Are our schools lining up to this new need to make? Can we give the young ones the opportunity to play, stimulating creativity in change of the consoles and monitors?

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Ricordate dove eravamo rimasti? Parlavamo nel post precedente dei “terzi luoghi della città”, e modelli ispirati dalla natura del luogo (ancient topic space) che oggi si ripresentano sotto altre vesti. In questo post invece facciamo una digressione sui luoghi della formazione, e sulle esperienze di apprendimento attraverso il fare.

L’ industrializzazione del paese attraverso la motorizzazione e i distretti tecnologici dell’industria e degli indotti a servizio, richiede un organizzazione del lavoro in sequenze programmate, e alla produzione in cerchio si sostituisce quella in linea con operazioni seriali coordinate da un direttore, tipicamente un ingegnere, che fa le veci del pater familias o del maestro di bottega. Questo radicale cambiamento dell’economia coinvolge sia i consumi che la preparazione dei lavoratori, che non fanno più apprendistato a bottega ma si specializzano negli istituti professionali e nelle scuole di mestieri.

Botteghe in città (Corner master): La forma della bottega sopravvive per quelle professioni che offrono servizi (sale da barba, lavanderie, sartorie), riparazioni, beni commerciali e artigianato artistico. In alcuni casi convivono più funzioni all’interno di una singola bottega, specialmente nei piccoli centri abitati. Diversamente i luoghi di lavoro vengono delocalizzati ai margini della città in espansione, nelle periferie nella forma di casa e bottega, o nei tessuti industriali, dove si aggregano spesso senza pianificazione urbanistica i laboratori artigianali.

Involuzione industriale (Industrial involution): Intendo per convivialità il contrario della produttività industriale. Ognuno di noi si definisce nel rapporto con gli altri e con l’ambiente e per la struttura di fondo degli strumenti che utilizza […] Il rapporto industriale è riflesso condizionato, risposta stereotipata dell’individuo ai messaggi emessi da un altro utente, che egli non conoscerà mai, o da un ambiente artificiale, che mai comprenderà. (Ivan Illich, La convivialità).

Scuole di maker (Maker school): scomparendo le botteghe vengono a mancare le occasioni di apprendistato artigianale, e complice la crescita economica sono gli istituti professionali a preparare tecnicamente i ragazzi che lavoreranno presso industrie, laboratori di terzi, o in proprio. In tali scuole vengono allestiti laboratori con macchine e postazioni da lavoro, dove l’insegnamento ha una forte caratterizzazione pratica. Makers ante litteram.

Esercitazioni artigianali (Craft training): ugualmente anche per la formazione tecnica del personale d’azienda manifatturiera attraverso l’apprendimento di skill manuali e artigianali, vengono allestiti laboratori con workstation stand alone senza obiettivi produttivi, ma con finalità di training sotto la supervisione di un tutor. Questi bisogni se una volta erano prassi aziendale o l’iter formativo obbligato per potersi collocare in fabbrica come operaio, oggi sono un modo per aiutare l’inserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati o di quanti si rimettono in gioco cambiando professione per passione o necessità.

Le nostre scuole si stanno allineando a questa nuova voglia di fare? Possiamo dare ai più piccoli e ai ragazzi occasioni di giocare stimolando la creatività al netto di console e monitor?

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